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Archive for the ‘Dal Rock alla Musica Cosmica’ Category

OAK – “VIANDANZE”

recensione di Maurizio Baiata 

L’aver chiuso le frontiere della passione e dell’invenzione in nome della ragione, in questi ultimi anni nella pop music ha assunto proporzioni parossistiche. La ragione ha imposto le definizioni, le classificazioni, categorie e sottocategorie e, per chi abbia superato i cinquanta, entrare in un negozio di dischi oggi e orientarsi grazie a quelle etichette che fanno da marker, da indicatori di direzione, a tratti appare utile, a tratti ci fa assalire dalla sensazione frustrante di esserci svegliati nel secolo sbagliato. Poi invece, ti capita un cd come “Viandanze” e le cose tornano al posto giusto. Sì, non hai bisogno di ansiolitici per districarti, qui ci sono solo menestrelli e cantori, ma elettrificati e battaglieri, e saltimbanchi e pifferai, ma ben accordati, che fanno tutti lo stesso gioco, suonano e cantano per la gioia del nostro spirito. Non da poco, per l’epoca in cui viviamo.

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“Oak” la quercia, simbolo delle radici che affondano in un terreno per restarci e crescere, incarna un gruppo che appartiene a un modo di fare comunicazione acustica e visuale, non Rock come linguaggio, ma come simboli che evocano immagini ed emozioni senza tempo. Simboli che troviamo subito nell’incedere chiaro e pulsante di “Magica Noce”, brano di apertura caratterizzato dal flauto di Jerry Cutillo e dalle voci bianche degli alunni della scuola elementare di Faido, un paese della Svizzera Italiana dove sono stati realizzati i mixaggi, negli studi Sound Avenue di Bellinzona. Come a dire che una tradizione risalente al tempo di danze gioiose che la macabra inquisizione volle trasformare in roghi e tragedie, in realtà era il girotondo e il salterello per trovare il contatto con l’essenza della natura, fra il femminile e il maschile, nel compimento di un’opera alchemica tesa al centro dell’essere, il super essere androgino. (altro…)

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Con la scomparsa di Keith Emerson avvenuta il 10 Marzo scorso, la storia del grande Rock ha perso una delle sue figure più carismatiche. Prima con i Nice, poi con Emerson, Lake & Palmer, gli anni Sessanta e Settanta furono segnati dal suo genio che, oltrepassate le linee di demarcazione fra Jazz, Rock e Classica-Sinfonica, attraverso l’elettronica, l’improvvisazione e le super amplificazioni aveva indicato la strada per la Teoria Unificatrice, per il nuovo mondo che qualcuno anni dopo avrebbe definito propriamente o meno “Progressive Rock”.

 

Keith Emerson articolo Manuel 28:7:74 n. 30Tutto questo ebbe un costo. ELP furono accusati di aver disperso la propria vena creativa, compositiva ed esecutiva in nome della spettacolarizzazione e della mercificazione di se stessi, ridotti a mero “prodotto di consumo”. Anziché unire, ELP stavano dividendo e, rispetto a tale situazione anomala, Emerson, Lake & Palmer, la rock band allora più famosa, finì sotto il tiro incrociato di gran parte della critica mondiale. (altro…)

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Lou Reed al Bottom Line. Foto tratta dal video "A Night With Lou Reed.

Lou Reed al Bottom Line. Foto tratta dal video “A Night With Lou Reed”.

Washington Square Park, Manhattan, 1983, al centro del Greenwich Village, cuore culturale e artistico di New York. Siamo nella parte West – mentre a East, nella cosiddetta Lower East Side sconsigliano di mettere piede, feudo dei Portoricani, degli spacciatori neri, dei drogati e dei reietti, dei “bums”, gergale per homeless, i senza tetto. Figure rannicchiate per terra, appoggiate ai muri o negli anfratti dei palazzi che vanno dalla Avenue A alla Bowery, grandi strade parallele e altre piccole che si intrecciano e insieme costituiscono la cosiddetta Alphabet City, per via delle lettere che denominano le avenues: A, B, C, D… Non a caso, in quegli anni il Punk newyorchese stava trovando luogo, ragioni e forza espressiva proprio in quella zona malfamata. I locali di punta erano il CBGB e il Max’s Kansas City, ma altri venivano su come funghi invisibili e da lì la musica New Wave e Punk avrebbe squassato le fondamenta del Rock e fatto piazza pulita (altro…)

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Jim Morrison (© Elektra - photo by Joel Brodsky)

Jim Morrison (© Elektra – photo by Joel Brodsky)

Molti sanno chi era Jim Morrison, James Douglas Morrison, la “voce” del gruppo The Doors. Jim era un poeta. Ne siamo certi perché le parole delle canzoni dei Doors erano sue poesie, nude e crude, migrate su un’intelaiatura musicale. Il tessuto che ne nasceva era un misto di Rock scarno ed essenziale basato sulla punteggiatura delle tastiere di Ray Manzarek e la base ritmica creata dal chitarrista Robbie Krieger e dal batterista John Densmore. In pratica, un trio. La voce di Morrison dominava, come un urlo di luce nel buio della notte. Il gruppo si formò a Los Angeles, California, nel 1965 e il nome The Doors derivò dal titolo del libro dello scrittore visionario Aldous Huxley, The Doors of Perception, Le Porte della Percezione. In breve, per la serie la Storia della Grande Musica Rock, personalmente inserisco i Doors nella top ten delle band più importanti di sempre e il nome Jim Morrison al primo posto in assoluto fra le voci soliste maschili.

Ora, Jim morì nel 1971, una meteora nella nostra vita. Ray Manzarek , in un’intervista rilasciatami nel 1982, lo disse a chiare lettere: «Jim e io eravamo su una spiaggia a Venice una sera, circa tre mesi dopo aver costituito i Doors. Discutevamo. Si parlava della vita e della morte. A un certo punto Jim mi ha chiesto: “Hey man, dimmi, tu quanto pensi che vivrai?” E io: “Ma, non so, penso che mi piacerebbe vivere fino… forse… fino a 87 anni. Perché, tu invece cosa pensi?” – E Jim: “No, non io, man, non so quanto vivrò, ma certo non sarà ancora per molto… Vedi, io penso a me come a una shooting star (una stella cadente), sai come capita, stai in giro la notte, alzi gli occhi al cielo e la vedi. E ti dici ‘guarda come è bella!’ e intanto anche gli altri la vedono e dicono ‘Wow! Guarda!’ e poi… feeeewww… e la stella cadente brilla fulgida in mezzo a quel paradiso e poi… puff, è andata’. Ecco come mi vedo io, amico.» 

Esattamento questo è successo con l’apparizione e la breve presenza nel nostro piano di esistenza di Jim Morrison. Tanto breve anche fu la storia dei Doors che mai vennero in Italia e infuocarono le stagioni della California musicale dei secondi anni Sessanta. Non tutto fu “Flower Power” e pacifismo, non tutto fu psichedelia e la voglia di far nascere una nuova nazione giusta e pulita. Era tale, infatti, il marciume dell’Occidente che si rifletteva sulla giungla di asfalto di Los Angeles, che Jim Morrison e i Doors non avrebbero potuto fare altro che urlare e lottare, con la loro arte inarrivabile. Fu una breve lotta. E fu il mondo intero a perderla alla morte di James Douglas Morrison.

Una poesia di Jim Morrison

(da Wilderness: The Lost Writings of Jim Morrison, Villard Books, New York, 1988)

Cold electric music 

Damage me

Rend my mind

w/your dark slumber

Cold temple of steel

Cold minds alive

on the strangled shore

Veterans of foreign wars

We are the soldiers of

Rock & Roll Wars

 

Fredda musica elettrica

Feriscimi

Strappa la mia mente

con il buio del tuo dormire  

Tempio di freddo acciaio

Fredde menti vive

sulla riva strangolata

Veterani di guerre straniere

Noi siamo i combattenti 

delle Guerre Rock & Roll

 

Maurizio Baiata, 11 Febbraio 2016

 

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La Psicomagia di “Blackstar”

Come David Bowie ha trovato se stesso 

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Seppure trascorsa l’onda emozionale, ascoltare “Blackstar” (in vinile, prima stampa) è esperienza traumatica. Cercare di annodarne i fili significa ripartire da capo e proiettarsi nel futuro, compiere un viaggio con Bowie dai banchi di scuola al luogo in cui le ceneri di un essere umano sono destinate a essere sparse, nel vento dall’alto di una roccia a strapiombo sul mare. E la cerimonia inizia con il brano che apre la facciata A e che all’album dona il titolo. “Blackstar” si distingue in due parti che a ¾ si fondono. La prima sembra uscita da una pagina crimsoniana, la seconda da una dei Dead Can Dance. La voce al centro del tutto, una cadente dimora medioevale – «In the Villa of Ormen» dai segreti e significati esoterici impenetrabili e di libera interpretazione – in cui Bowie si muove come bardo ossianico. Invito spettrale, ma dal momento in cui il Farfisa intesse la seconda parte, orchestrale, la sua maestosa estensione dice che il viaggio psicomagico ci condurrà dalle radici del beat alla vetta della montagna sacra di ogni avanguardia Art Rock.  

Il secondo brano “’Tis a Pity She Was a Whore” ha un incipit martellante che ti trascina in una lounge fumosa e malfamata di una città anni ’50, dove un crooner sta in scena accanto a qualcuno che picchia monotonamente su una batteria sgangherata. I fiati qui rasentano la follia. Jazzisti formidabili guidati da Bowie e Tony Visconti senza una sbavatura, da metronomo. Fra di loro, ai fiati Donny McCaslin, al basso Tim Lefebvre, batteria e percussioni Mark Guiliana.

Con “Lazarus” le cose cambiano e i brividi corrono, per la sua consistenza alla finale di “Blade Runner”, il tempo ormai fermo. Bowie lo fotografa nella sua amata New York, dove sussurra “ha vissuto come un re sperperando il suo denaro”. David chiude il cerchio, trova se stesso. Sei al mix del tuo ultimo album agli Electric Lady Studios cosciente che morirai a breve e dici a quel sax come deve entrare e lo strumento ubbidisce e ti sorride, anticipando i colpi di una chitarra sospesa nel cielo plumbeo della tua anima.DAVID-BOWIE_LP_-1000x600

La side B si apre con “Sue” ha una struttura da sezione ritmica tagliente britannica, di batteria/percussioni/basso su cui Bowie usa la voce per innestare a cascata, le tastiere. Ostinandoci a voler dare un “senso storico” a questa musica di Bowie potremmo azzardare un suo lontano ipotetico parallelo con quello che i King Crimson non sono stati dopo la loro prima incarnazione, se al posto di Lake ci fosse stato Bowie e al basso fosse entrato Jannick Top dei Magma. Impietoso e sempre più furioso, il materiale sonoro qui, come se alla regia ci fosse una creatura alla Frankestein, la testa di Bowie, le gambe di Vander e le braccia di Fripp.

Se sin qui ti sei lasciato prendere, “Girl Loves me” rischia di farti lasciare. Tanto il testo, quanto la musica diventano favola schizofrenica, saltellante, manicomiale, non fosse per i cori che Bowie mantiene miscelati a tappeto. Il brano si dipana come su un teatrino delle marionette e in questo forse ha sempre avuto ragione lui, lasciare che la vita resti in sospeso, zen allo stato puro. Il testo è senza fili, la filastrocca grottesca, operazione zappiana con una sua logica sottotraccia, nelle partiture di archi, bruscamente interrotte a mo’ di finale cinematografico.

“Dollar Days”, sin dall’inizio si annuncia come una ballad da cattedrale elettronica, il beat della creazione del tutto in un’epoca in cui ancora le grandi orchestre facevano la musica che la gente ascoltava seduta ai tavoli in abito da sera… E Bowie canta elegantemente la sua morte qui, la spiega nel suo essere sincero sino in fondo,«I’m Dying To» che suona «Too» si capisce per come lo pronuncia. Le ultime mani del suo poker con la vita Bowie le gioca con un complice, un sax che Gerry Mulligan avrebbe voluto suonare, incantato ed epico come nella “Gandharva” di Beaver & Krause. Senza soluzione continuità arriva il finale, “I Can’t Give Everything Away”. Non posso dare via tutto. Qui Bowie gira le riprese della scena finale sul set del suo film, per una trama alla quale non voleva mettere la parola fine, costretto da esigenze di copione. Deve molto alla frippertronics, dal momento in cui dice«I know something is very wrong» e costruisce un’invocazione iterativa, a noi rivolta, scandita dalla chitarra che entra lancinante dentro, deve ripetersi, ancora e ancora e ancora e ancora.

La luce della lampadina accanto alla scrivania si affievolisce lentamente, emette flash sempre più fiochi, come respiri che si spengono, mentre termino gli appunti al primo ascolto di questo capolavoro. Mi alzo e mi avvicino al giradischi su cui la testina gira ancora, la alzo e torno a sedermi. Nella stanza resta acceso solo lo schermo del computer.

Maurizio Baiata, 5 Febbraio 2016

 

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