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QUELLA NOTTE DAVANTI AL DAKOTA

Di Maurizio Baiata

La sera dell’8 Dicembre 1980 filava tranquilla, nel loft al n.81 di Murray Street le cui finestre si affacciavano sulle Twin Towers, con i miei amici roomates venuti anch’essi dall’Italia e Dado, il Grande Cane da montagna dei Pirenei. Mia moglie Silvia era in taxi, stava rientrando dal lavoro in Queens, quindi sarebbe arrivata a casa una mezzora dopo. Avevamo appena cenato e, come al solito, a TV spenta, avevo sintonizzato la radio su WPLJ Fm, la stazione che in quel periodo a Manhattan imperava fra le AOR (Album Oriented Rock) insieme a WNEW Fm. Erano le mie preferite, con una formidabile rotazione di brani dagli anni 60 in poi.

Tutto a un tratto, all’interno di una programmazione piuttosto vivace e hard rock, una canzone di cui non ricordo il titolo viene bruscamente interrotta e parte “Imagine” di John Lennon. Strano, mi dico. Giro su WNEW e stanno trasmettendo un pezzo dei Beatles. Coincidenza. Giro sulla più istituzionale CBS Fm e in onda c’è un’altra canzone di Lennon. Forse è una notte speciale dedicata ai quattro di Liverpool. Ma ora la CBS si collega con il Roosevelt Hospital di Manhattan. Un coroner, portavoce dell’ospedale, sta dicendo che ogni tentativo di salvare la vita di John Lennon è stato inutile. Il suo cuore aveva cessato di battere già prima dell’arrivo in ospedale, i medici avevo fatto tutto il possibile per rianimarlo, ma non c’era stato nulla da fare. Ci guardiamo increduli. Accendo la TV. Tutti i canali stanno dando la stessa notizia. È orribilmente vero. Discuto per un po’ con i miei amici. Fuori fa un freddo glaciale e sono le undici suonate. Non so cosa fare. L’istinto mi dice di andare, di prendere subito un taxi, visto che la subway sta quasi per chiudere. Ma devo andare da solo, non posso costringere nessuno a venire con me. Mi interrogo. A cosa serve raggiungere ora il Dakota, il palazzo un po’ gotico sulla Settanduesima che si affaccia sul Central Park e con solo il registratore a cassette? Però, è una testimonianza diretta, necessaria. Interrompo le registrazioni dalla radio, chiamo Glenn Lowery, video operatore con il quale realizzavo servizi per televisioni private e mi dice che mi raggiungerà al Dakota presto la mattina dopo per le riprese. Mi infagotto nel parkas (il freddo è micidiale) e parto. Quello che ho visto quella sera al Dakota lo descriverò al mio ritorno a casa, svegliando con una chiamata telefonica Renato Marengo, giornalista già caporedattore di Ciao 2001, il settimanale musicale per cui corrispondevo da Manhattan. Lascio a lui la parola.

«Non dimenticherò mai la notte dell’8 Dicembre 1980. Erano gli anni di piombo… Erano quasi le quattro e dormivo con Patrizia, la mia compagna che presto sarebbe diventata la mia seconda moglie e al terzo, quarto squillo, dopo l’inevitabile sobbalzo e col cuore a mille, ci fissavamo negli occhi temendo il peggio, per un genitore, un parente o un amico. A quell’ora? A New York erano passate le 22 e sì, a chiamarmi era un mio amico e collega di rock, Maurizio Baiata che un anno prima si era trasferito a Manhattan e collaborava come corrispondente dagli USA per il programma di Radio 1 “Combinazione Suono” che conducevo con Ludovica Modugno e Italo Moscati.
“Maurizio?! Ma lo sai che ore sono?” – pensai subito, ecco sarà uscito da un concerto e mi chiama per parlarmene, ma non avrà fatto caso al fuso orario.

“Maurizio?! Ma Che succede?” 

“Renato – rispose con voce agitata e carica di emozione – Ѐ morto John Lennon… Gli hanno sparato cinque colpi, è morto e la notizia l’hanno data le radio e le televisioni. Mi sono precipitato al Dakota, sulla Settantaduesima, abito al Village e non è distante. Lo avevano portato in ospedale da poco. Ho visto subito da lontano gente ferma davanti a transenne e cordoni della polizia, mi sono avvicinato il più possibile, c’era grande capannello di persone alla sinistra dell’androne del palazzo. Molti in lacrime. Gli agenti sbarravano la strada. Non potevo avvicinarmi di più. Questo ho visto, Renato. Ѐ tutto maledettamente vero”.

Il nostro John Lennon. Non ci potevo credere, il più pacifico degli uomini, che aveva scritto di “Immaginare un mondo senza violenza e senza guerra”, per noi non era solo un grande artista, era un punto di riferimento, un  filosofo, un leader carismatico del libero pensiero e della musica, un poeta immenso.
E Maurizio, stravolto in quel momento ha pensato di doverlo dire subito a qualcuno in Italia, di urlare quella tragedia a noi, ai suoi amici, ai colleghi, di farlo sapere al resto del mondo, di poter condividere quel dolore. E ha pensato a me anche per informare qualcuno in RAI, visto che collaborava al mio stesso programma magari per un collegamento telefonico con la radio, se esisteva una possibilità in diretta in quel momento…

E infatti io, ancora sotto shock, telefonai in Rai. Feci tutti i numeri che conoscevo, dal centralino al direttore di rete, alle redazioni del GR. Per 5, 10 minuti nessuno mi rispose, poi riuscii a farmi passare qualcuno, uno speaker di turno che subito disse: “Io senza il direttore o un caporedattore non poso dire nulla”; mi passarono il famoso “funzionario di servizio” che dopo un vero e proprio interrogatorio, … ma lei chi è, ah… ma come faccio a sapere che è davvero lei, “beh le do il mio numero, mi richiami”… provai a dirgli . “Ma, ora vedo cosa posso fare”. Gesù, John è morto e questo non batte ciglio, non mi fa andare in onda, non chiede il numero di New York di Maurizio per avere una testimonianza a caldo su quello che è successo…. Silenzio per altri 10, 15 minuti, poi finalmente all’altro capo del filo arriva un collega del GR in notturna che mi dice: “Ma scusa Marengo, ma tu sei sicuro?… Sei proprio certo che hanno ammazzato John Lennon? Qui sulle agenzie non c’è nulla, Ansa, ADN Kronos, Italia, niente”. “Ma guarda le agenzie straniere!” – gli dico. Aspettai inutilmente altri 10 minuti. Si erano fatte le 4.30, quasi le cinque, John era morto e io e Maurizio non riuscivamo a farlo sapere ai tanti che lo amavano in Italia. La notizia fu data col GR delle otto. Cinque ore dopo la mia prima inutile chiamata in Rai».

Prestissimo, la mattina dopo, presi la subway e raggiunsi la Settantaduesima Strada dove si ergeva l’austera mole del “Dakota”, residenza di John e Yoko Ono. Dovevano essere le sette. Dieci gradi sottozero. Glenn Lowery mi aspettava con la videocamera Beta professionale. Tanta gente si accalcava in fila sui marciapiedi, dall’una e dall’altra parte della Strada. Fiori dovunque, candele accese, altoparlanti che diffondevano canzoni dei Beatles e persone che cantavano. Una scena irreale. Lacrime ghiacciate sui visi affranti. Cercai di descrivere quello che era avvenuto con voce tremula e fra i singhiozzi al microfono che mi tremava in mano. Glenn aveva il passi come operatore rilasciato dalla polizia di New York.  Riprendeva tutto. Ho superato con lui il cordone e sono riuscito ad arrivare all’ingresso dell’androne del palazzo. C’era ancora il sangue di John sul pavimento. Glenn è andato al suo studio, ha montato il tutto e ne era venuto fuori un servizio di una decina di minuti che si chiudeva con questa mia frase: “New York è il centro del mondo e gli anni Ottanta saranno bellissimi”. Il gelo e l’emozione mi facevano balbettare. E purtroppo non sapevo quello che dicevo. Nella tarda mattinata, con la cassetta Beta sottobraccio raggiunsi la RAI Corporation, sulla Cinquantasettesima. Bussai timidamente alla porta dell’ufficio di Paolo Frajese, allora corrispondente del TG1. Mi accolse, mi sedetti e gli dissi che avevo il servizio pronto. Mi rispose seccamente che non se ne parlava e che se ne sarebbe occupato lui. Il mio servizio non è mai andato in onda su nessuna emittente italiana. Forse aveva ragione Frajese, ero solo un giornalista musicale free lance a cui piacevano tanto i Beatles e i Rolling Stones. Ma New York era la mia città.

Roma, 9 Dicembre 2020

L’articolo è stato pubblicato l’8 Dicembre 2020, sul quotidiano online LA VOCE DI NEW YORK, fondato e diretto da Stefano Vaccara. Ringrazio l’amico e collega Massimo Jaus, responsabile della pagina di Politica interna USA de LA VOCE, per avermi richiesto il pezzo, che sul sito della testata newyorchese è leggibile a questo link: https://www.lavocedinewyork.com/people/nuovo-mondo/2020/12/08/quando-corsi-al-dakota-per-raccontare-allitalia-che-john-lennon-era-stato-ucciso/?fbclid=IwAR33N0nb4vjin2E2_D20B26OTVuVA5zjoBoNybd3LfVBcPV0qnGxJ8DLpL4

 

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Il Virus Livella

di Maurizio Baiata

La flotta delle testate cartacee e radiotelevisive mainstream, ovvero ufficiali, da settimane ci ammannisce un messaggio che a suon di spot martellanti proclama: “Solo noi siamo i garanti della serietà di informazione”. Con il pretesto della lotta alle fake news, le testate e i media omologati hanno dissotterrato l’ascia di guerra contro i comunicatori fuori dal coro (siti web, ricercatori e blogger indipendenti) che in merito al coronavirus (COVID-19) abbiano osato proporre visioni o posizioni alternative, invariabilmente accusate di complottismo.mediaset censura

A corollario di programmazioni per lo più scacciapensieri, come in una sbilenca ed epica kermesse a reti unificate, i network radiotelevisivi fanno a gara a ospitare i soloni della medicina tradizionale schiava delle industrie farmaceutiche, esperti e tuttologi che all’unisono si affannano a dichiarare il nulla cioè il tutto e il contrario di tutto, purché consono alla univocità dello standard  accademico, militare o religioso che sia. Propongono e impongono i loro protocolli e dogmi, ma nessuna soluzione, sempre rimandata nelle mani di chi comanda. Nel contempo, però, assolvono al pestilenziale lavoro dei monatti, censendo i dissidenti e denunciandoli alle competenti autorità. Valga l’esempio il video blog http://www.byoblu.com  di Claudio Messora, che spicca fra le voci online, equilibrata e capace di informare correttamente e su cui la mannaia censoria potrebbe presto calarsi. Una crociata in piena regola, il cui fine è silenziare chiunque esprima un punto di vista diverso, cancellandone il diritto alla libertà di pensiero e di espressione. La scorsa settimana su Iris è andato in onda “Eyes Wide Shut”, ultimo film del maestro Stanley Kubrick, scomparso una settimana dopo averne terminato il montaggio. Solo un’opera cinematografica, oppure il testamento incompiuto di un cinema di denuncia al sistema? Ci si voleva a OCCHI TOTALMENTE CHIUSI. Ma oggi, a fronte della devastante onda pandemica in atto, a chi abbia gli occhi ben spalancati sulla realtà non può sfuggire l’agonizzante e perversa natura di una élite le cui lugubri ombre si stagliano sempre più nettamente sulla nostra povera Italia. Infatti, anche perché tutto questo è già avvenuto. All’ufologia, alla sua forza rivoluzionaria e al suo messaggio di apertura della mente e di crescita di coscienza, nel nostro Paese è stato messo il bavaglio. Se è vero che nessuno ha mai potuto esibire un ET in carne e ossa (sotto qualunque sua forma di vita biologica) in televisione, o presentare la pistola fumante che ne provasse l’esistenza, è soprattutto vero che il potere costituito ne ha sempre negato e confutato la presenza e perseguitato chi la sostenesse.toto-jpg_1510916160

Solo in una cosa le voci fuori dal coro possono concordare con i padroni dei mezzi di comunicazione di oggi e di sempre: sul fatto incontrovertibile che NO ONE HERE GETS OUT ALIVE, come diceva Jim Morrison. Si accorgeranno prima o poi, gli egregi signori del mondo, che la libertà è un virus altamente mortale. Per loro, è come la livella di Totò.

Roma, 3 Aprile 2020

 

 

 

 

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di Maurizio Baiata

“La verità, quando la nascondi, diventa il tuo peggior nemico; se la riveli, è la tua amica migliore”. Così si esprimeva  il Colonnello Corso in un capitolo del suo best seller letterario “The Day After Roswell”. Una dichiarazione che non lascia dubbi sulle convinzioni e l’integrità morale di un militare che, dopo essere stato al centro di una strategia di segretezza che per cinquant’anni aveva coperto l’incidente di Roswell, decideva di rendere la propria testimonianza un atto d’accusa nei confronti del “sistema” che aveva fedelmente servito sino in fondo. Una sfida che ora torna alla luce in tutta la sua assoluta forza con la pubblicazione in Italia dei suoi due libri fondamentali, “L’Alba di una Nuova Era” e “Roswell – Il Giorno Dopo”.

Il libro del Colonnello Corso “Roswell Il Giorno Dopo” (edizioni Nexus-Verdechiaro 2017)

Ruota consapevole dell’ingranaggio, dall’alto dei suoi nullaosta di segretezza, Corso non apparteneva alla cerchia degli invisibili burattinai del Majestic 12 che hanno deciso il cover-up. Ha fatto il suo dovere, rispettando il vincolo del silenzio per proteggere il suo Paese – “just in case”, nell’evenienza che una minaccia aliena da potenziale divenisse concreta. Nulla di diverso dalle esperienze nelle campagne di guerra alle quali ha preso parte, sia in prima linea sia nei servizi segreti dell’esercito americano. Alla fine però un altro dovere lo chiamava. Chiudere con coerenza la sua esistenza terrena, testimoniando quello che di Roswell lui sapeva e andava rivelato, dando un nuovo volto alla moderna ufologia: quello della verità.

È questo, l’uomo che un raro privilegio mi concesse di conoscere, incontrandolo e trascorrendo con lui lunghe ore in occasione delle sue due visite in Italia, la prima nel 1997, quando rispose al nostro invito al Congresso “Il Contatto” di Montesilvano e la seconda, l’anno successivo al Simposio di San Marino. (altro…)

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UN IMPORTANTE AGGIORNAMENTO/CORREZIONE

L’INCONTRO CON RON GARNER NON AVVENNE NEL 2009, MA AI PRIMI DI MARZO DEL 2006, SEMPRE IN OCCASIONE DELL’INTERNATIONAL UFO CONGRESS DI LAUGHLIN.

Questo articolo si basa su informazioni che Ron Garner mi fornì durante un incontro avvenuto a Laughlin, in Nevada, nel Febbraio 2009. Garner si presentò come referente del microbiologo Dan Burisch, all’epoca operativo nel settore tecnico scientifico del Majestic 12, il gruppo super segreto a cui da oltre 50 anni farebbero capo le attività di intelligence USA (e non solo) rispetto alla presenza – dal 1947 ad oggi – di Entità Biologiche Extraterrestri (EBE) nelle basi sotterranee in territorio statunitense. Ron Garner è morto a Los Angeles il 14 Marzo 2015. Poco prima di morire aveva rilasciato un’intervista in video all’autorevole ricercatore Bob Wood. Qualunque sua documentazione è scomparsa. Quanto segue è la fedele cronaca delle conversazioni intercorse fra Ron Garner e il sottoscritto.  

La

La “clean sphere”, la biocapsula asettica situata al quinto livello sotterraneo della S-4 (Area 51). Illustrazione di Michael Schratt.

Maurizio Baiata (al telefono) – Pronto?

Parlo con Maurizio Baiata?

M.B. Sì, sono io, con chi ho il piacere?

Il mio nome non ha importanza, in questo momento non le direbbe nulla. Paola Harris mi ha dato il suo numero. Se non le dispiace vorrei proporle di incontrarci qui in albergo, mi trovo a Laughlin, ma riparto subito, dovremmo vederci domani mattina.

M.B. Mi scusi. La ragione di questo incontro?

Gliela spiego domani.

M.B. Va bene. Se Paola le ha dato il mio numero…

Esatto. Domani, stanza n. (x), alle 10 AM. Va bene?

M.B. Ok, a domani.

Cominciò così in un tardo pomeriggio di un giorno di fine Febbraio 2009, all’Aquarius Hotel & Resort, a Laughlin, una striscia di terra riarsa e qualche chilometro di alberghi ed edifici divisa dal fiume Colorado nel cuore desertico del Nevada, il mio incontro con un presunto emissario del Majestic 12. Le vie del Signore sono infinite e ad accettare l’appuntamento non ci pensai troppo. Il clima della 18.ma edizione dell’International UFO Congress era rovente di per sé e gli incontri con grandi personaggi dell’ufologia mondiale si susseguivano a ripetizione. È il più grande consesso ufologico del mondo e tante facce le riconosci, ma tante altre sono sconosciute e certamente c’è chi ne approfitta per osservare, tenere d’occhio, infiltrarsi… fidarsi è bene, ma… (altro…)

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È sera. Al volante della tua auto, viaggi nell’abitacolo moderno e confortevole, con la musica a tenerti compagnia. Fra non molto giungerai a casa, in campagna, lontano dalla nevrosi della grande città. I fari squarciano l’oscurità della strada, mentre il cielo, lo hai visto prima guardando fuori dal finestrino aperto per fare entrare un po’ di aria fresca, è limpido e stellato. Stanco, dopo una lunga giornata di lavoro, ma felice, pochi chilometri ancora e riabbraccerai la tua compagna, i bambini già a letto ti aspettano per il bacio della buona notte. È tutto nella certezza e nella consuetudine di una vita che di disordinato non ha nulla da anni. E ci pensi su, sorprendendoti ancora per le scelte fatte. Mettere su famiglia, accettare un lavoro, l’unico possibile che desse sicurezza, anche se ti tiene per troppe ore lontano dagli affetti. E sei ancora on the road, ma sai dove andare…fire-in-the-sky-walton

Improvvisamente, una luce intensa, un bagliore abbacinante, un flash davanti agli occhi. Istintivamente, accosti l’auto al ciglio della strada. Hai subito percepito che quel lampo voleva dire qualcosa, ma non sai quale. Esci dall’auto e scruti tutto intorno. Sui due sensi di marcia non ci sono veicoli preannunciati dai fari. E dai boschi, dove termina il profilo della pianura costeggiata dal serpente di asfalto su cui metri vai ogni mattina presto e ogni sera, nulla che richiami a una fonte luminosa. Lì non ci sono case, fattorie e neppure le propaggini di un insediamento agricolo. Allora, non ti resta che alzare gli occhi in alto e ora… è strano, non vedi più le stelle, ma una massa scura, oblunga, i cui contorni sembrano tratteggiati da impulsi di colore, irreali e irregolari. Nessun rumore. “Dove è il cielo?” – Solo quella cosa, grande almeno una dozzina di metri che riesci a stimare calcolando da un bordo all’altro la superficie compatta che blocca la visuale di quel tratto di volta celeste e che sembra immobile nell’aria. Allora realizzi. Un UFO. Come nei racconti di tanta gente, ma stavolta tocca a te. (altro…)

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